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In fondo la tonsillite serve. Perché dormi, anche 24 ore di fila quando hai la febbre, ti regala un alibi per restare 3 giorni con l’elettroencefalogramma piatto e poi – miracolo! – al terzo giorno, come nella migliore tradizione religiosa, ti rimette al mondo come nuova. O quasi. Ma siamo in rete, e possiamo raccontare quello che vogliamo. Stiamo parlando di questo, infatti. Della rete e di come pensiamo possa essere usata, senza capire che è lei ad usare noi e a sbugiardarci nel peggiore dei modi senza quasi che ce ne accorgiamo. Oddio, chi vuole se ne accorge eccome. Ma….. Andiamo per gradi. 
Questa mattina apro facebook. Ho 1003 contatti. Avrò letto 600 volte ‘tutto il resto è noia’. E’ morto Franco Califano, povero. Mi dispiace, così come mi è dispiaciuto sapere che è morto il suocero del mio fruttivendolo. Non ho avuto il piacere di conoscere entrambi, ma so che entrambi hanno fatto parte della vita di molti. Califano rappresentando il popolo – in particolare quello romano – e il suocero del mio fruttivendolo facendo volontariato all’Istituto dei Tumori per 30 anni. Ma, diciamoci la verità, di queste 600 persone quante avranno ascoltato le melodie di Califano? Quante avranno sognato con lui, meditato su una sua frase, si saranno riconosciuti in un suo testo, avranno provato emozioni grazie alle sue canzoni? Quante sapevano se fosse un cantante o un cantautore, se abbia avuto figli, quante volte si sia sposato, se si sia mai sposato…. Mi giocherò un 10%, così i miei amici la smetteranno di dire che sono una serpe. Nel mio intimo punto sul 3. Ho cercato di soprassedere e di leggere altre notizie. E’ morto pure Jannacci. Butta male quest’anno a Pasqua…. Comunque, altri 600 “ciao Enzo, RIP”. Ora, al di là del fatto che “RIP” è un’espressione anglosassone che noi abbiamo ereditato e usiamo per sentirci “cool” (le so tutte, tiè), la domanda è: da quando facebook è diventata la succursale della pagine dei necrologi del Corriere? Oramai le notizie sono scontate: c’è chi posta frasi e aforismi di autori (o simili) spacciandole per proprie; chi si lamenta costantemente degli uomini; chi soffre perché, unico esemplare di onestà e trasparenza a questo mondo, ha dovuto subire ogni angheria da simil amici (salvo poi scoprire che sono stati candidati ad Oslo al nobel per lo stronzo d’oro, sostituito all’ultimo dall’inspiegabile nobel per la pace ad Obama – ennesima angheria -) e chi fa la retecronaca di lutti e dolori vari. Comunque, i sopracitati necrologi mi hanno portata a pensare che siamo un popolo felice. Di veline/i, ma felice. Perché fino a quando avremo un palcoscenico dove potremo fingere di essere quelli che non siamo saremo felici. Il mio fidanzato, l’ormai noto Maschio Alfa, continua a dire che fino a quando non avremo fame non faremo nulla per cambiare la situazione. Sbaglia. Stavolta proprio non ha inquadrato la situazione. Non faremo nulla per cambiare la situazione fino a quando avremo un social network dove indignarci, soffrire, partecipare ai lutti, pubblicare foto che fanno pensare ad una vita sociale degna di Lady Gaga e fingere di essere quello che non siamo e di provare quello che non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello. Perché la verità è questa: non siamo più nulla. Siamo quello che postiamo. Mentre scrivo immagino la faccia del Maschio Alfa che mi dice ‘ eddai amo, sei troppo severa, a volte sembri snob’. No amore mio, non sono snob. Sono selettiva. Tutta questa aridità intellettuale mi sta cominciando a stufare. Vorrei un mondo dove la gente spegne il pc, lo smartphone, la rete e scende per strada. Ti saluta quando ti incontra, ti chiede come stai e rimane ad ascoltare la risposta perché è interessata, ti fa un sorriso quando ti vede preoccupata, ti fa un complimento quando sei più carina del solito e scambia due chiacchiere in fila in posta. E non ditemi che non abbiamo tempo, che siamo di corsa, che la crisi ha reso tutto più frenetico. Cazzate. Se fosse vero, non avremmo tutto questo tempo per postare su facebook. Ancora due cose, le ultime.

La rete è uno specchio e in quanto tale restituisce un’immagine reale. Se ci si sofferma a leggere oltre le righe, i post dicono di noi più di quanto noi stessi vorremmo. Tutti i RIP e le frasi fatte non mostrano un popolo di dei, al contrario. Mostrano un popolo povero, poverissimo. Un pensierino ce lo farei…

Saluto e ringrazio per l’attenzione i 600 che hanno scritto ‘tutto il resto è noia’, perché dopo questo post mi cancelleranno, lo so.

P.S. Appuntamento al prossimo 7 aprile: conto di vedere su tutte le bacheche ‘ciao Gesù, R.I.P.’ Mica che ce lo facciamo scappare.

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