Non nascondiamoci dietro un filo d’erba: sono pigra. Ma non pigra come quelli che prendono la macchina per andare dal tabaccaio dietro l’angolo, no. Cammino un sacco, mi piace. Solo che non faccio niente per la forma fisica. La palestra, per me, è annoverabile tra i luoghi di tortura, con quegli spogliatoi con i phon che asciugherebbero a malapena la cute di Jason Statham e tutti quegli attrezzi che servono solo a risvegliare l’acido lattico e farti sembrare Robocop per le due settimane successive. La piscina peggio che mai, a parte lo stesso problema della messa in piega, ma poi che senso ha passare un’ora a fare avanti e indietro senza nemmeno una vetrina da vedere? Una tragedia, diciamocelo. Che poi tutti questi sportivoni mostrano fisici scolpiti giusto nel periodo in cui si immolano alla causa; basta un mese di stop (sono troppo introdotta, uso anche il lessico appropriato!) e subito hanno gli addominali “appannati”; in poche parole si sfasciano. Gli ex atleti sono dei panzerotti inguardabili, con spalle così e due gambette da gru. Una tristezza cosmica.

In realtà c’è una cosa che non ho mai capito: perché mai i lavori di casa non combattono la cellulite? In quel caso avrei un fisico da fare invidia a Elle McPherson. Quando sono nervosa stiro e pulisco come se non ci fosse un domani, se poi il mio fidanzato – per gli amici, il celeberrimo #MaschioAlfa – parte per lavoro divento Mastra Linda. Un viaggio in notturna diventa la scusa per pulire le fughe delle piastrelle del bagno, un Milano-Napoli è il tempo giusto per tirare giù le tende, lavarle, stirarle e rimetterle su. Insomma, i lavori di casa per me sono meglio di un ansiolitico naturale. Un altro aspetto da non sottovalutare è la mise: al di là del fatto che per sembrare mediamente passabile in palestra devi essere un mix tra Naomi Campbell, la Canalis e Serena Williams, non possiamo dimenticare il fatto che se indossi qualcosa di carino sembri la prostituta portoricana sotto casa mia, se metti una classica tuta con t-shirt la prima shampista di passaggio ti segnala una toilette da pulire. Insomma, non c’è pace per le pigre.

Ma come sempre, quando oramai non ci speri più, la vita ti riserva delle sorprese. Una sera, per caso, incontriamo degli amici. Chiacchiera tu che chiacchiero anch’io e viene fuori che la coppia di formalissimi coniugi è appassionata di Soft Air. Fingo interesse, sorrido, cerco di dire qualcosa che c’entri (sono pur sempre una PR, che diamine!). Appena arriviamo a casa mi chiudo in bagno e mi informo. Il Soft Air è uno sport dove la gente si infila una mimetica, imbraccia un fucile e gioca a fare la guerra. Uhm. Sembra divertente. Ho poca scelta, con la solita biondissima impulsività ho già detto che la mattina dopo sarei andata col Maschio Alfa a giocare. Sveglia alle 7.00. Ma chi me l’ha fatto fare? Il primo tentativo si rivela una sorpresa fantastica! Soft Air è un mix tra “bandiera” e “ce l’hai”. Ci si divide in due squadre, si posiziona la bandiera in un punto del boschetto, una squadra deve conquistarla e l’altra difenderla. Quando qualcuno viene ‘colpito’ dai pallini di carta (più o meno come quelli che si sparavano al compagno di banco dalla Bic, per intenderci) si alza e dice ‘preso!’, così nessuno lo colpisce più. Quelli che attaccano cercano la strategia migliore per arrivare alla bandiera senza essere visti, quelli che difendono stanno 20 minuti nascosti tra i cespugli in attesa di vedere un ramo muoversi che lascia così intuire la presenza di un essere vivente. Non mi soffermerò sui commenti – già ricevuti – di coloro che condannano la guerra: il soft air sta alla guerra come Belen sta a Maria Goretti. Parlerò invece dell’aspetto salutare della faccenda: a furia di correre, nascondersi, acquattarsi, gattonare, ho scoperto l’esistenza di muscoli che manco sapevo fossero sparsi così, a tradimento, nel fisico.

Non tralasciamo l’aspetto ‘glamour’ della faccenda. Dopo la prima esperienza ho deciso di dotarmi della mise: un sabato pomeriggio intero passato tra armi, guanti, gilet e occhiali con altri 30 avventori, rigorosamente uomini, che mi guardavano divertiti. La divisa è tutta in tema: mimetica verde scuro; occhiali tinta unita; guanti, arma e anfibi neri; maschera verde – dello stesso verde degli occhiali, mi raccomando! – e bandana mimetico. Perché il biondo si vede lontano due km e rischiavo di farmi scoprire subito. Nome di guerra? #Blondie.

E così la domenica mattina si incontrano gruppi di persone – 20 uomini e 2 donne, di solito – che si bardano di tutto punto e vanno nel boschetto di Mediglia a giocare. Mi si riconosce facilmente: la mia bandana sembra un copricapo anni 50, degno della migliore Grace Kelly in Caccia al ladro, la mia mise chic come solo una bionda naturale sa essere. Durante il gioco si comunica via radio, il caposquadra tiene sotto controllo la situazione e avverte i componenti del suo team. Le conversazioni sono di questo tono: “Mastino – tango a ore 13”; “Stark – 3 tango a ore 12, vai in copertura”; “Hanno colpito DNA, bandiera scoperta a ore 9”. E poi, delizioso e immancabile “Blondie – tango alla tua destra. Preso, bel colpo!”. Non so come facciano a non ridere gli altri, ma quando mi immagino sdraiata in una buca, coperta dalle foglie, bardata di tutto punto che potrei fare invidia a Rambo con “Blondie” come nome di battaglia mi rendo conto che ho capito come stare al mondo. La mia #vitadaPR, appunto. Alla faccia di rosiconi, invidiosi e affini.

Pubblicato su Milano Post il 17 luglio 2013

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