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Da quando ero una bambina piccola ho sempre sentito dire ‘chi si somiglia si piglia’, ma non ho mai capito proprio bene cosa si intendesse. Un giorno, in uno dei momenti meditativi profondi della mia esistenza, mi si è squarciato il velo. Apparentemente senza preavviso, in realtà il percorso deve essere stato lungo e tortuoso, di quelli impegnativi, che ti segnano per la vita. Ho guardato il mio amico Sergio Daricello durante il concerto di Laura Pausini e ho realizzato: capisci immediatamente chi sei se guardi le persone che hai intorno, quelle che formano la tua famiglia, quelle che ami. E lì, seduta sul divano a casa mia, ho capito. Sono messa malissimo. Non solo perché sono bionda, no. Soprattutto perché i miei amici sono uno più… peculiare dell’altro. Sulla carta, nulla da dire. Sergio Daricello è uno stilista emergente straordinario. Lo si trova su tutti i giornali, da Vogue in poi, ha una sua collezione, è art director di una casa di moda internazionale, un pedigree che vanta collaborazioni con nomi come Versace… Insomma, top.

Ma le cose che dici e che pensi, si sa, si avverano. E se non stai attenta ti si ritorcono contro. Tu non ci pensi, e passi la tua esistenza a formulare paradigmi. Il più gettonato nei tuoi 28 anni di vita (arrendetevi, festeggio i 28 da 2.800 anni e non smetterò per i prossimi 28. Anzi, adesso me lo vado anche a giocare, ‘sto numero. Chissà mai che – botta di vita – vinco quei due trecento milioni di euro e posso finalmente cercare di ottenere quello che desidero: un dinosauro), dicevamo, il più gettonato è sempre stato quello: le persone che hai accanto parlano di te più di quanto tu stessa non farai mai. Ecco. Mi giro, e lo guardo. Fino a quel momento sono compresa nel mio ruolo di piccola scrivana e cerco di mettere giù un paio di frasi che abbiano un senso compiuto. Un attimo dopo mi giro e incontro il suo sguardo: in lacrime, l’espressione contrita e sofferente come quella dell’infanta Cristina quando vede passare la banda del paese e pensa ai casini nei quali si è messa, lo sguardo sognante; mi sorride con la forza dell’uomo abituato ad affrontare le malefatte della vita di petto e mi dice ‘però che bella voce, eh?’ E tu entri in modalità rigor mortis. Perché il primo istinto sarebbe quello di scoppiare a ridere, ma non sarebbe rispettoso. Sta pur sempre piangendo, che diamine. Il secondo sarebbe di prendergli la mano e dire una frase di circostanza. Ma per quanto creativa, in quel momento le parole sono partite con un volo solo andata per Helsinki. Rimani attonita, senza riuscire a reagire. Ma l’Universo è buono e giusto, e accorre sempre in tuo aiuto. La Pausini smette di cantare, dice qualcosa di profondo e lui si rianima, si alza e applaude. Che se è vero che non devi più commentare, è altrettanto vero che vorresti buttarti giù dalla finestra perché non hai capito perché tutte a te. Ma sei sfigata. Bionda e sfigata. E abiti al primo piano, quindi alla peggio ti slogheresti una caviglia. E ti toccherebbe lo stesso fare avanti e indietro con la tua westie che tanto vuole scendere e tu te la devi cavare da sola perché hai deciso che sei indipendente e non hai ancora capito oggi come si sta al mondo. Benedetti 28 anni, crescerai mai? Comunque.

L’Universo, di nuovo mosso a pietà, fa squillare l’Aifon. Tu ti alzi e ti nascondi in camera. Pur di non ritrovarti nella gravosa situazione di dover commentare qualcosa che riguardi la Pausini, parti con un pippone satanico al telefono con la tua amica che voleva solo sapere il nome della massaggiatrice, e la inchiodi per 39 minuti. Ora che ci penso, da quella sera non l’ho più sentita. Memo: richiamarla e scusarsi. Lei inventa un incendio nel condominio e riesce a liquidarti e tu? Rimani lì. Prima volta nella vita che non ti scappa la pipì. Ma porca di quella miseria, ti scappa sempre. Sempre. In coda in aereoporto? E tu devi andare in bagno. A metà della meditazione con un gruppo di sciure che manco nel clou della new age c’era gente così convinta? E tu ti alzi per fare la pipì, inciampi nel tappeto e sconcentri tutte. Concerto della Pausini? Vescica non pervenuta. Sfigata nell’animo, proprio. Comunque, sei una donna forte. Torni in sala. Lui è seduto per terra, davanti al televisore. Provi a dire ‘Sergio, amico adorato, sei troppo vicin….’ e chi arriva, ospite della Pausini? Niente popodimeno che Biagio Antonacci. Capisci che è la fine perché ti passa tutta la vita davanti in un minuto. No, non la tua. La sua. Perché a quel punto il tuo amico ti descrive dall’infanzia ad oggi (non che sia cambiato molto, visto che chi si somiglia si piglia) tutti gli eventi che lo hanno segnato. E per eventi intendo tutti gli amori sfigati che gli hanno dilaniato l’anima e lo hanno portato ad essere un essere sofferente in questo mondo di squali. Che, a dire il vero, da quando lo conosco fa tutto lui. Se lo mando a Hollywood gli assegnano d’ufficio l’Oscar per soggetto, trama, sceneggiatura, miglior attore protagonista, miglior attore non protagonista e miglior film straniero in un’edizione speciale unica. Perché il mio amico è così: conosce uno, si innamora, si fidanza (anche se lui non lo sa, non è rilevante), litiga, viene trascurato, abbandona straziato per salvare l’ego. L’altro, nel frattempo, è rimasto al ‘ciao’ e andrà in analisi per i 20 anni successivi, ma Sergio non lo sa. Sta già scrivendo la sceneggiatura successiva. Oscar anche per la carriera, assegnato da Di Caprio in persona. Giuro.

Biagio Antonacci, dicevamo. La Pausini racconta un aneddoto lacrimevole sulla loro amicizia. Ma un bel tacer non fu mai scritto no? Sergio si illumina, mi guarda e mi dice ‘Amica, pensa a quando saremo famosi e racconteremo a tutti episodi della nostra amicizia’.

Rigor mortis al cubo.

Ti vedi seduta da Oprah, in un tubino nero. Bella come solo Roberto Mambretti riesce a farti sembrare, postura regale, sorriso misurato e sguardo sereno. Accanto a te lui, Sergio Daricello. Scrittrice di best seller tradotta anche in lingua ongota tu, stilista affermatissimo lui. Che davanti al pianeta intero racconta ‘una sera sono andato a casa sua a vedere la Pausini…’

Quarantasei anni a costruire l’immagine di una donna integerrima, professionale e quasi noiosa buttati nel cesso con un racconto. Quarantasei, fanculo anche ai 28.

E se becco chi ha coniato il detto ‘chi si somiglia si piglia’ gli roncolo una Mustang Boss 429 in testa senza possibilità di replica. Stupidi detti popolari.

 

PS dedicato: la citazione non è casuale, so che mi leggi. Immagine

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