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La prossima volta che sento pronunciare la parola ‘crisi’ faccio concorrenza sleale a Jason Statham. Giuro, divento la sterminatrice bionda.

Perché poi una ci crede, e si organizza di conseguenza. Dato che, come sappiamo, non sono esattamente la persona più socievole del mondo, odio le vacanze ad agosto. Anche a dicembre, nel periodo natalizio. Insomma, faccio l’impossibile per non andare in vacanza quando ci vanno gli altri. L’idea di andare in posti super affollati, con un servizio pessimo, costi triplicati e l’obbligo di rilassarsi e divertirsi mi mette ansia. Il rito barbino che va da maggio a ottobre del ‘dove vai in vacanza?’ e ‘dove sei stato in vacanza?’, poi, mi fa venire l’orticaria. Mi viene ogni volta da rispondere ‘ma chettefrega?’

Per me è come incontrare una persona per strada e chiedere ‘cos’hai mangiato a pranzo? E per cena?’ Ma insomma, dico io, è mai possibile che si debba per forza condividere tutto con tutti?
Oppure quando malauguratamente prendi in mano il Passaporto e vedi l’occhio di chi è in prossimità che brilla, la mascella comincia a tremare, un filo di bavetta fa capolino fino a che, finalmente, ti chiede ‘lo posso vedere?’. Non perché il tuo passaporto sia firmato da Tom Ford, no no. Solo per avere la possibilità di vedere I TIMBRI. I timbri delle dogane stanno a queste persone come l’albero genealogico sul pedigree per gli allevatori. Sfogliano le pagine del tuo documento d’identità (l’unico, nel mio caso. La carta d’identità è scaduta tre anni fa e non l’ho ancora rifatta…) per controllare dove sei stato e, nel mio caso, provare a farmi presente che loro hanno viaggiato mooooolto più di me. E lì, gli ignari, cadono nella prima, seconda e terza trappola. Perché io, come la maggior parte delle persone che ha viaggiato per lavoro più di Yankee-doodle, evito il più possibile i timbri. Per una serie inenarrabili di ragioni che non starò a raccontare (della serie: quello che ho mangiato a pranzo sono fatti miei), ma ad ogni dogana – da sempre – inizio a fare slap slap con le ciglia e chiedere ‘non sarebbe possibile evitare il timbro, per cortesia?’. Dicono quasi sempre di sì, o chiudono il documento con fare indifferente. Ho sempre pensato che immaginassero chissà quale sotterfugio fedifrago, ma mi è sempre interessato poco di quello che pensavano.

Comunque, in barba ai domandatori folli o agli osservatori di passaporto compulsivi, io ad agosto voglio stare a Milano. Lavoro meglio, mi rilasso e – generalmente – mi diverto il triplo. Avrei dovuto usare il passato, in realtà, perché questo era vero prima della crisi. Milano era piena di gente che, come me, faceva le vacanze in periodi non convenzionali, i negozi erano aperti, i locali anche.

Poi è arrivata la crisi. Infinita, devastante.

Disoccupati, aziende in fallimento, persone disperate.

Così disperate che quest’anno hanno deciso tutti di chiudersi in cantina. Perché Milano è de-ser-ta.

Non che mi dispiaccia, chiaramente. Sono asociale e il traffico mi innervosisce, inoltre metà dei miei amici è qui e i due locali che sono solita frequentare sono aperti.
Solo che bevo litri di coca zero, fumo e ho pessime abitudini quali andare in tintoria, dal fruttivendolo, dal macellaio e via così. Ecco, quest’anno hanno pensato tutti alla mia forma fisica.
Perché se una rimane a Milano ad agosto non ha voglia di girare in macchina, se non è strettamente necessario. Quindi, per comprare la Coca Zero faccio due passi fino a Zelo Buonpersico, per le sigarette arrivo in tangenziale sud-ovest (inaugurata appositamente per me, la chiuderanno il 24), frutta e verdura km zero (vado direttamente in provincia di Bologna a raccoglierla) e la tintoria l’ho spostata in lavatrice nel mio bagno di servizio, altrimenti mi toccava una capatina a Tokio.

Ora, ma se la gente è in crisi, dove prendono i soldi per andare in vacanza? Perché oggi il cassiere dell’Esselunga ha provato a dirmi ‘sa, hanno capito che non conviene tenere aperto e hanno chiuso tutti’. Perfetto. 3 settimane di risparmio energetico, ci sta. Ma si sono chiusi in cantina? Perché la mia zona è deserta, il parco idem.
Vai a fare un giro di shopping e appena entri da Zara senti i commessi gridare ‘mia, miaaaaaa’ e ti si precipitano addosso come se avessero visto la Madonna di Fatima. Ti seguono per il negozio e anche se tu dici ‘volevo solo dare un occhio’ perché in realtà sei entrata solo perché c’era l’aria condizionata e tu volevi fare tappa prima di tornare a casa completamente liquefatta, loro cercano di convincerti a provare qualsiasi cosa. Non vogliono che compri, non gliene frega niente. Vogliono solo avere qualcosa da fare per almeno 10 minuti. Così, tu smetti di fare i giri di shopping.
E poi ci sono loro. Gli amati-odiati social network. Amati solo perché ci lavori, odiati perché sembrano sempre il festival della lobotomia infantile. Di fatto, hai 3000 contatti? Significa che ti beccherai 300.000 foto al giorno. Per la maggior parte vedi robe patetiche: interno cosce che sembra un budino, piedi in acqua, improbabili pose che fanno una tenerezza unica. Ma la domanda, a quel punto, sorge spontanea: porto fortuna? Perché se tutti i miei contatti sono al mare, loro non subiscono la crisi. E tra i miei contatti ci sono: il mio fruttivendolo, il cartolaio, la sarta, la manicure, il parrucchiere. Figure essenziali nella quotidianità, credetemi.

Quindi, dato che tanto lo so che mi leggete, vi informo ufficialmente che:
a) a settembre non voglio vedere ANIMA VIVA in spiaggia. Ve lo dico.
b) se provate a parlarmi di crisi, sfodero la mazza ferrata e vi faccio passare il peggior quarto d’ora della vostra vita.

Con infinito affetto,
vostra Blondienella.

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