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A me della mia nuova casa piace tutto. Tutto. La guardo e sorrido, mi sento a posto. Se non fosse banale direi che qui mi sento a casa. Chi si innamora dei luoghi può capirlo. Mi sembra di vedere tutto con occhi diversi, sembra tutto bello. E non è uno di quegli innamoramenti che non vorresti uscire mai, no. Esco sempre volentieri, perché tanto so che torno ed è ancora la mia tana. Apro la porta e sento l’odore di casa, mi sento a casa già dalla portineria, da quando entro e vedo quelle macchiette rosse sulle piastrelle che mi sono sembrate dei cuori dalla prima volta che l’ho vista. Ero al telefono con la mia migliore amica, non era riuscita a venire ad accompagnarmi all’appuntamento. Le descrivevo tutto, ho guardato l’ingresso e le ho detto “c’è un buon profumo e delle piastrelle buffe con delle macchiette rosse… ma ho visto un cuore!” Abbiamo detto in coro ‘è lei!’, e avevamo ragione. Ne ho viste altre, ma volevo lei. Solo che mi sono scordata di dirlo anche all’agente immobiliare, ho fatto la valigia e sono partita. Dopo una settimana che ero a Roma la mia migliore amica mi ha chiesto ‘Amole, ma la casetta milanese quando ce la consegnano?’ e in quel momento mi sono resa conto che avevo scordato di avviare la trattativa. Poco male, lei mi stava aspettando. Ho mandato una mail alle 3.40 di un mattino di maggio, avranno pensato che fossi matta. Pazienza, non sono né i primi né gli ultimi.

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Ma questa notte c’è una cosa particolare che mi piace della mia nuova casa: il frigorifero. Lo apri e trovi una scorta di cioccolato fondente e coca zero che se dovessero arrivare gli alieni e invadere la città, io potrei sopravvivere per mesi.

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Mi piace che sia grande, che il panorama sia diverso a seconda di dove ti affacci. Mi piace che sia bianca, e che sembra che sorrida. Insomma, sono in terremoto emotivo.

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Che sembrava una serata tranquilla. Sono rientrata presto, rilassata e serena. Ho scritto il pezzo per domani, controllato le rubriche programmate per domani, chiuso il giornale ad un orario più che decente. Ero pronta a mettermi sul divano a leggere, quando è arrivato Sergio con un messaggio. Una canzone di Nino d’Angelo da ascoltare, secondo lui. Nino d’Angelo. Io. Gli ho dato un po’ retta, poi ho preso l’iPhone e ho chiesto a Siri di farmi ascoltare qualcosa. Non-l’avessi-mai-fatto. Siri deve aver firmato un patto con il diavolo, perché ha iniziato ad inanellare una serie di canzoni che pensavo di aver cancellato da tutte le playlist del mondo e che non ascoltavo da quanto non lo so, ed è successo un casino tra stomaco, intestino e pancia che la testa è partita con un one way per Helsinki e non si hanno più notizie.

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E dire che proprio oggi, mentre stendevo una lavatrice, pensavo a quanto è bello quando si ha il pieno controllo dei propri pensieri. Lo insegno anche: ‘ragazzi, mi raccomando, la mente deve essere allenata a pensare solo a cose costruttive. Non fatevi trasportare’. Non è proprio la stessa cosa, ma c’entra. Insomma, io dovrei essere quella che porta l’attenzione sull’argomento che sceglie. Più o meno. Comunque, stasera no. Stasera sembra che ci sia un rave nelle zone identificate con la parte emotiva. E la testa, quella parte che porta a ragionare e decidere cosa è giusto o cosa è sbagliato, è assolutamente inerme davanti allo tzunami. Che ci prova anche, ad onor del vero. “Non c’è una sola giustificazione razionale. Non un argomento a favore!” E secondo voi la pancia si interessa a questo aspetto? Zero. Come se fatti, eventi, prove, non esistessero. Come se non fossero rilevanti. Come se un’altra mente si fosse impossessata dell’istinto. Come se esistesse una ragione assoluta, superiore, parallela. Una ragion di stato dell’istinto.

Ma dov’è la mia migliore amica quando serve?

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